#sonolavoce
8 marzo.
La giornata delle mimose si avvicina e sono curiosa di sapere come la passerete.
Personalmente non la celebro poichè ritengo sia il triste ricordo di una tragedia non solo passata, ma sotto moltissimi punti di vista, attuale.
Non voglio omaggi floreali perché le mimose non servono ad un cazzo fino a quando in tribunale chiederanno “Com’eri vestita quando ti hanno stuprata?”.
Non farò nulla di particolare, pensando a quante donne usciranno "in licenza" solo l’otto sera con le amiche...Il resto dell'anno? DEVONO stare in cucina, a casa, facendo le buone mogli e possibilmente senza stressare il marito con pretese assurde quali la libertà, ad esempio.
Non festeggio e non festeggerò fino a quando le infibulazioni, le violazioni, la sottomissione ed ogni barbarica situazione farà parte della normalità per qualcuna.
E voi? Che farete? Cosa ne pensate?
8 Marzo
Angela De Luca.
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venerdì 6 marzo 2020
OGGI CON VOI
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martedì 22 ottobre 2019
PER OGNI DONNA STUPRATA E OFFESA SIAMO TUTTE PARTE LESA!
Posillipo: giornata di sole, mare e divertimento.
Una giornata estiva normale, come tante: quattro ragazzi ed una ragazza, (amica di uno di loro) si recano a Marechiaro, una piccola borgata marina, per divertirsi e passare del tempo all'aperto.
Ad un certo punto il conoscente della ragazza si allontana, ma rimane comunque un momento normalissimo, si parla, si ride e si stupra.
Si stupra in branco quella ragazzina, rimasta sola, tremante in balia di sconosciuti, ma lei non si arrende alla paura, alla forza dei tre, si divincola, combatte, lotta, ma loro, lui, non molla. L'ha presa, è sua e spinge dentro, con inaudita violenza recandole abrasioni interne, graffi sul volto ed escoriazioni su tutto il corpo causati dallo schiacciamento contro gli scogli, perché che diamine, una ragazza che viene stuprata, viscidamente palpeggiata, mercificata, dovrebbe rimanere ferma. Tanto cosa sarà mai uno stupro?
Invece non si è calmata ed ha avuto bisogno delle cure del pronto soccorso, dove infermieri e medici l'hanno accolta ed accudita, rilasciandole il verbale dove si confermava l'abuso avvenuto.
Torna a casa, probabilmente piangendo, urlando, disperandosi, ma non si ferma, lei ha il diritto alla giustizia ed i giudici hanno il dovere di dargliela.
Il giorno dopo raccoglie i pezzi di se stessa ed inizia a ricercare il branco su Facebook, li trova tutti. Nonostante le minacce subite da questi ultimi, racconta tutto alla mamma e si reca a fare denuncia.
Inizia il processo.
Ai mostri viene assegnata una modalità di punizione alquanto patetica; la così detta: "messa alla prova". (Un istituto che consente di cancellare ogni traccia del reato commesso in cambio di una sorta di buona condotta rigorosamente a piede libero.)
Alle fecce vengono quindi affidate attività di volontariato e lavoro.
Voi penserete in qualche centro anti-violenza o qualcosa di inerente al crimine da loro commesso, ma signori miei siamo pur sempre in Italia, al branco viene invece insegnata l'arte della pizza, attività svolta da loro per tre volte a settimana.
Passa un anno e mezzo dalla prima udienza, inizia un nuovo dibattimento: l'ultimo.
Il Tribunale dei Minori, valutata la capacità lavorativa dei tre pizzaioli, ha cancellato agli atti la violenza sessuale subita dalla minorenne, eliminando il caso anche dagli archivi dei carichi pendenti di due dei tre imputati, tanto da restituire agli autori dello stupro uno status penale immacolato.
Caro magistrato, lo stupro non è più un reato contro la morale pubblica, ma contro la persona da qualche decennio. Nel 2019 non bastano margherite e capricciose, né per riabilitare i rei, né per rendere giustizia alla vittima.
Anche se forse le vittime siete proprio voi, vittime di una disabilità mentale e di animo infimo, vittime di sporcare questo mondo, rendendolo un posto peggiore, tanto il branco quanto il giudice. Siete vittime di un destino che con voi è stato ancora meno clemente. Il male torna sempre indietro e per voi non è finita.
Angela De Luca
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lunedì 11 febbraio 2019
Giorno del ricordo dei morti di serie B
#sonolavoce
Norma Cossetto, ventiduenne studentessa istriana di Visinada stuprata da un branco di diciassette partigiani titini e buttata ancora viva nella foiba.Fu rinvenuta con un pezzo di legno conficcato nelle parti intime.
È da una settimana circa che sto pensando a cosa scrivere oggi.
Alla fine ho pensato di essere la voce di chi quel dramma me lo raccontò. Vi lascio 3 testimonianze, di cui la prima mi tocca da vicino.
Mio nonno, fu uno di quelli imprigionati nell’attesa del baratro, e fu uno dei pochi a salvarsi, anzi ad essere salvato: un paesano tornando a Paluzza (UD) avvisò bisnonna Romana che suo figlio era prigioniero e prossimo alla foiba. Lei vendette un terreno e con quei soldi, incamminandosi, percorse tutta la Carnia e la Bassa Friulana per arrivare dov’era detenuto(il nome del posto non me lo ricordo), ed i cari titini, molto ligi e corretti, quando videro i soldi della mia ava liberarono
senza indugi mio nonno.
Un signore nato a Pola invece mi raccontò il suo esodo, vissuto quando aveva 5 anni. Dopo aver perso il padre, lui,la mamma e la sorella furono costretti a lasciare la città natale solo con un carretto, nel quale ci stavano raccolti gli oggetti più cari, tra tutti la foto della famiglia, un tempo felice. Questa donna con i suoi pargoli percorse e camminò a lungo prima di essere imbarcata insieme ai figli come bestie...sbarcarono dopo quasi due giorni e lui con gli occhi lucidi si ricorda ancora della dolcezza con cui gli italiani accolsero i loro connazionali esuli estirpati da tutto ciò che avevano, dando ai bambini un po’ di cioccolata calda, che per loro sembrava oro.
Angela De Luca con la collaborazione di Fabio Stellato.
I diritti delle foto appartengono tutte ai ispettivi proprietari.
È da una settimana circa che sto pensando a cosa scrivere oggi.
Alla fine ho pensato di essere la voce di chi quel dramma me lo raccontò. Vi lascio 3 testimonianze, di cui la prima mi tocca da vicino.
Mio nonno, fu uno di quelli imprigionati nell’attesa del baratro, e fu uno dei pochi a salvarsi, anzi ad essere salvato: un paesano tornando a Paluzza (UD) avvisò bisnonna Romana che suo figlio era prigioniero e prossimo alla foiba. Lei vendette un terreno e con quei soldi, incamminandosi, percorse tutta la Carnia e la Bassa Friulana per arrivare dov’era detenuto(il nome del posto non me lo ricordo), ed i cari titini, molto ligi e corretti, quando videro i soldi della mia ava liberarono
senza indugi mio nonno.
Un altro concittadino anziano raccontò che una domenica doveva prendere il sacramento della cresima da parte del vescovo, a Capodistria, sarebbe dovuta essere una giornata di festa, ma i titini sorpresero il vescovo e lo bastonarono a sangue. La cerimonia salto' e si dovette fare tutto di nascosto.
Un signore nato a Pola invece mi raccontò il suo esodo, vissuto quando aveva 5 anni. Dopo aver perso il padre, lui,la mamma e la sorella furono costretti a lasciare la città natale solo con un carretto, nel quale ci stavano raccolti gli oggetti più cari, tra tutti la foto della famiglia, un tempo felice. Questa donna con i suoi pargoli percorse e camminò a lungo prima di essere imbarcata insieme ai figli come bestie...sbarcarono dopo quasi due giorni e lui con gli occhi lucidi si ricorda ancora della dolcezza con cui gli italiani accolsero i loro connazionali esuli estirpati da tutto ciò che avevano, dando ai bambini un po’ di cioccolata calda, che per loro sembrava oro.
Avrei voluto trattare questo argomento come solo una tragedia merita, ma non ne sono in grado. Ho lasciato parlare i ricordi di coloro, che ancora oggi, hanno negli occhi quel dramma.
Angela De Luca con la collaborazione di Fabio Stellato.
I diritti delle foto appartengono tutte ai ispettivi proprietari.
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